Unipol, il colosso finanziario e assicurativo, ha un piano per produrre cannabis medica. “Possiamo garantire una lavorazione h24 su 4mila metri quadrati”, si legge nel documento. Il titolo è: “Cannabis terapeutica, un progetto italiano per la comunità”. L’istituto guidato da Marco Cimbri punta in alto; letteralmente, fino al sesto piano. È la vetta dello stabile milanese di Rogoredo (oggi in disuso) che potrebbe ospitare coltivazioni di microalghe e marijuana terapeutica. Il documento è arrivato in regione Lombardia a dicembre e al comune di Milano ad aprile. Unipol prima nega, poi conferma l’interesse: “Il nostro patrimonio immobiliare vale 4 miliardi di euro e vorremmo metterlo a frutto. Ma il piano per Rogoredo è stato abbandonato – dice l’ufficio stampa – per motivi di business”. E se il governo coinvolgesse i privati nella produzione di cannabis medica? “Non sappiamo”, risponde la società, senza escludere nessuna ipotesi. SOLO I MILITARI producono l’erba terapeutica in Italia. La pianta viene coltivata a Firenze, nello Stabilimento chimico farmaceutico, sotto l’ala del ministero della Difesa. I militari, per il 2019, ne produrranno 150 chili. Nemmeno un quarto dei 700 in arrivo dall’Olanda. Il fabbisogno dei pazienti è una tonnellata, dichiara pubblicamente il governo. Ma all’Organismo di controllo internazionale degli stupefacenti (Incb), l’esecutivo ha comunicato una cifra superiore: 1600 chili. La stima è online (incb.org). Al ministero della Difesa, intanto, il bando per l’apertura ai privati è pronto: lo scopo è trovare investitori per potenziare lo Stabilimento fiorentino. Il ministro Giulia Grillo vuole aumentare la produzione per rispettare le necessità dei pazienti. Ma all’Agricoltura (Mipaf) siede il leghista Marco Centinaio: senza il suo via libera, niente bando. Per coltivare la pianta infatti servono le talee (il genitore del seme) e quelle le produce il Crea (l ’ente per la ricerca agricola del dicastero). L’istituto è in crisi: agli arresti domiciliari sono finiti il direttore generale, Ida Marandola, ed il presidente Salvatore Parlato. L’accusa è peculato e abuso d’ufficio. Senza un finanziamento, il Crea chiuderà a giugno. La gara, per ora, è ostaggio del Mipaf. Le aziende fervono, intanto. “Quando arriverà il bando, noi saremo pronti”, promette Marcus Benussi, a capo di Aurora Italia, filiale europea del colosso canadese. Le multinazionali Wayland, Tilray, Spectrum, Canopy, attendono solo il via libera. “Non mi aspetto di trovare concorrenti italiani, quasi impossibile: noi abbiamo un business avviato e un prodotto certificato”, dice Benussi. Le aziende Canadesi e americane, per via della legalizzazione, producono cannabis da anni. Coldiretti però scommette sulla filiera italiana. Guardando al Canada, ha elaborato stime, un filo ottimistiche: “1,4 miliardi e 10mila posti di lavoro dai campi alla farmacia”. Le imprese italiane accettano la sfida. Come l’abruzzese Enecta, specializzata nell’estrazione del Cbd (un componente non psicotropo), con un fatturato di oltre 6 milioni di euro. O Eusphera, azienda romana. Salars, nel ramo degli oppioidi, di Como, sarebbe in pista con un vantaggio: è l’unica autorizzata dall’Aifa (Agenzia italiana del farmaco) insieme allo Stabilimento fiorentino, come officina farmaceutica. Ad Enecta ed Eusphera il ‘bollino’ manca, ma hanno certificati Gacp (per la coltivazione) e Gmp (dal fiore alla vendita) di grado farmaceutico. In Germania e Grecia, dove lo Stato ha aperto ai privati, basta per ricevere l’autorizzazione. In Italia no: “Solo le officine farmaceutiche possono produrre cannabis medica”, dice Antonio Medica, direttore dell’Istituto fiorentino. Alcune multinazionali temono che il timbro dell’Agenzia del farmaco del loro Paese non basti. Lorenzo Calvi, medico chirurgo e visiting professor all’Università di Milano, sospetta che si voglia strozzare la concorrenza: “Le certificazioni Agcp e Gmp garantiscono qualità e sicurezza, chi le possiede è in grado produrre cannabis medica”. Il rischio è che le imprese italiane perdano il treno dell’oro verde. Acef, azienda farmaceutica di Piacenza, ha già rinunciato: “La cannabis è un gran mercato, ma i canadesi sono avanti e hanno prezzi concorrenziali ”, dice il dirigente Giovanni Braccioli. Nel 2018, il mercato della cannabis medica in Italia valeva 11,8 milioni di euro, per Marijuana Business Daily. Secondo Prohibition Partners entro il 2028, in Europa, arriverà a 58 miliardi. Magari Unipol ci ripensa.

Fonte: Il Fatto Quotidiano